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Veder Chiaro

di Luciana Moretto

 

a cura di Giorgio Taffon

 

Autrice di più raccolte (ricordo: La memoria non ha palpebre , del 2012; Variabili di paesaggio , del 2009 ed Essere d'erbe del 2006), vincitrice e segnalata di\a diversi premi nazionali, apprezzata autrice di Haiku, Luciana Moretto offre al lettore la sua nuova raccolta Veder chiaro , edita da La Vita Felice, casa editrice milanese fortemente e meritevolmente impegnata a pubblicare autori anche poco conosciuti ma quasi sempre di valore accertabile. La silloge della Moretto, inserita nella collana “Le voci italiane”, è composta di cinque sezioni: Le abitudini del cuore ; Humana Fragilitas ; A tempo e luogo ; Oh natura, natura… ; A dire il verso : i titoli delle sezioni sono indicativi di temi, motivi, riflessioni di stati d'animo che si svolgono poi e si ripresentano lungo tutta la raccolta. Tale strategia compositiva fa agio completamente alla motivazione base della silloge stessa: il “veder chiaro”, che nell'omonimo componimento della sezione, sottotestualmente ispirata dal Leopardi, Oh natura, natura… , indica una sintonia piena fra dato artificiale e naturale, tra creazione dell'uomo e creazione della Natura, che è poi una costante dell'opera poetica della Moretto: nell'argento rilucente si dovrebbe poter veder chiaramente quel giardino che per incanto splende alla vista. A legger bene i campi semantici che s'individuano in molti componimenti, risultano esser legati al vocabolo “mente”, strumento nostro primario del giudizio, della conoscenza, dell'immaginazione, del “vedere” oltre la facoltà puramente ottico-sensoriale. Frequenti le rime in - mente come pure si ripetono gli avverbi con desinenza - mente , forse a puro uso fonetico, e magari come un sottointeso Mantra, esprimente il desiderio forte che l'io poetante ha di poter “leggere” la realtà, la vita, con chiarezza illuministica, se non more geometrico . Si veda il cuore del componimento A Göreme , che apre la sezione dedicata ai luoghi, in genere luoghi di visita turistica, in questo caso la Cappadocia: << (…) il labirinto che percorremmo in grave fila / come penitenti lungo le cornici / chiaramente simile alle volute / della mente, l'umana mente / che per meandri di cupezza si affanna / a ricercare chissà, / un'ansa soleggiata (…) >>: versi a mio parere magnifici, all'altezza di certe liriche montaliane dove viene esercitata la memoria dei luoghi e delle loro figure umane; di gran pregio il modo di creare ritmo con l' enjambement , che diviene correlativo oggettivo formale dell'immagine con cui parte la lirica, che disegna una “intricata topografia”. Veder chiaro , dunque, ma, in altri componimenti, affiora anche una ricerca appassionata di un “pensiero del cuore”: certo, si deve esercitare la mente, ma essa può anche servirsi di una conoscenza e di un intuito tipico della scrittura poetica, in cui si mettono in gioco, creando energia relazionale, i sentimenti stessi. Si veda, nella sezione A dire il verso (gustoso il gioco metaplasmatico vero: verso!) la seconda lirica, splendida: <<Lo sento battere forte il mio cuore / letterario se di lontano là oltre il buio, / a sette miglia marine / è di Zakynthos quel profilo greco / che andando lascio, ahi! / lungamente indietro>>: efficacissimo, a ben vedere (mi esprimo davvero empaticamente con l'autrice), è il rinvio, implicito, forse nascosto, che a mio parere quel “profilo greco” non sia poi non solo quello dell'isola da poco lasciata, ma sia il profilo di una persona! Magari proprio quello del Foscolo, un nume che incendia il sentimento del poetare nell'anima dell'autrice. La stessa prima sezione rinvia nel titolo al tema del cuore: Le abitudini del cuore . Colmo di pietas per il comune destino che ci lega tutti è il componimento Interno sera , dove l'ironia è capacità di sopportare i nostri limiti, le nostre idiosincrasie nei rapporti umani, anche quelli più stretti: col passare del tempo, col consumarsi della vicenda esistenziale, al cuore si deve affiancare la mente, la capacità di “mensurare”, misurare le energie che restano. Si legga Ménage , lirica scritta con un dosaggio del ritmo, della prosodia davvero ammirevole, con un posizionamento degli “accavallamenti” che è vera drammaturgia poetica: “sulla retina e sul cuore” si deposita l'immagine di una figura d'uomo una volta conosciuto, forse amato, in un gioco di riflessi su vetrate e specchi di un locale pubblico: splendida la terzina finale, in clausola, che ricorda con gran merito ancora una volta il Montale tra Occasioni e La bufera e altro : <<e guardò / fuori socchiudendo un poco gli occhi / per un barbaglio di sole impigliato / tra i rami alti della magnolia>>. Ma bisogna saper vedere: ad esempio, identificandosi pienamente, panicamente, con gli elementi della natura fino ad impersonarsi con un “umile” ranuncolo ( Confidenze di un ranuncolo ): <<Non mi aspettavo / ancora un'altra rinascita / alla luce fredda della primavera agli albori>>, scrive la poetessa, impersonificandosi in ranuncolo pronto a rinascere coi primi caldi. Bellissimo, infine, come altro esempio fra tanti, è il componimento Zoya della sezione “Humana fragilitas”, i cui versi cantano la fralezza del destino umano, la nostra sofferenza, nel ricordo di una giovane ragazza profuga: son versi lontani da ogni retorica, o da ogni ragionamento che trovi rapide miracolose soluzioni: <<E quando mai avevo abbracciato / la cameriera di una oscura trattoria / di collina, una ragazza mai vista prima?>>: un gesto rapido, descritto con grande efficacia formale (si veda la quasi-rima coll-ina: pr-ima), un gesto che la poetessa, nei versi che seguono, fa divenire emblema e sineddoche di una condizione di dolore che ormai ci tocca ogni giorno, nei nostri giorni di disperazione e d'ingiustizia sempre più diffusE. Mi auguro che la ricerca di Luciana Moretto, che è poetica culturale formale espressiva, dia presto altre prove altrettanto felici di questa sua raccolta Veder chiaro !