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Malìa napoletana: una performance Jazz

di Sergio Roca

 

 

Ho assistito, la sera di Natale di quest'anno (2017), presso il teatro Quirino di Roma, ad una delle repliche del recital di Massimo Ranieri dedicato alla canzone napoletana composta tra gli Anni '50 e '70 del secolo scorso.

Fare delle critiche a Ranieri non è facile. È un artista a tutto tondo, bravo nel cantare come nel recitare, nel destreggiarsi come mimo e come danzatore. Parlar male di lui sarebbe come rinnovare le ingiuste osservazioni che indussero Enrico Caruso dopo quell' Elisir d'amore di Donizetti, rappresentato al Teatro San Carlo di Napoli nel 1901, a non cantare più nella sua città natale (anche se la vicenda, in realtà, non è proprio come la vulgata racconta).

Ranieri, in Malìa napoletana - accompagnato da un gruppo di abilissimi artisti come Enrico Rava ( tromba e flicorno), Stefano Di Battista ( sax alto e sax soprano), Rita Marcotulli ( pianoforte), Riccardo Fioravanti ( contrabbasso), Stefano Bagnoli ( batteria) - tiene perfettamente la scena da grande mattatore qual è, per tutta la durata dello spettacolo e parliamo di una esibizione di quasi due ore. Tuttavia non è il caso di parlare di ciò. Come ho scritto, si discute su di un grande artista e non mi sarei aspettato di meno. Vorrei, invece, porre l'attenzione su come Ranieri sia riuscito a rivisitare molti dei pezzi di un ‘classico' repertorio napoletano in veste Jazz. A parte i componimenti del ‘sommo' Renato Carosone, i cui brani per modernità musicale e imprinting culturale non sono stati modificati (e per lo stile difficilmente potevano esserlo), ed eccetto i ‘bis' offerti al pubblico (i brani del repertorio usuale di Ranieri), tutte le altre canzoni eseguite hanno subito una ‘riedizione' americanizzante in stile jazzistico che mi ha lasciato, particolarmente e piacevolmente, stupito.

Come ha mostrato il regista John Turturro in quel docu-film capolavoro che è Passione, la canzone napoletana, prendendo ispirazione da tutte le tradizioni musicali del bacino mediterraneo è facilmente (e felicemente) contaminabile con quasi tutti i ritmi.

Che gusto ascoltare pezzi come Luna caprese , Anema e core e Resta cu'mme, in un arrangiamento ‘ballabile', cioè sfruttando una forma musicale molto meno ‘melensa' di quella tradizionale, che risulta essere il tipico stilema della musica napoletana romantica.

Il cantante, attorniato da tutto lo staff dei musicisti, è riuscito a riempire il palcoscenico ricreando una atmosfera quasi da night. Si è mosso con tale scioltezza e decisione da rendere la performance una sorta di musical . Una narrazione canora della storia di una Napoli che, lasciandosi alle spalle la guerra, ritornava a vivere quei sogni di musica e in musica che la resero famosa in tutto il mondo, all'inizio del secolo scorso, come capitale della canzone leggera italiana.

 

 

Malìa napoletana. Napoli 1950-1960

con Massimo Ranieri

Enrico Rava  tromba e flicorno
Stefano Di Battista  sax alto e sax soprano
Rita Marcotulli  pianoforte 
Riccardo Fioravanti  contrabbasso
Stefano Bagnoli batteria
light designer Maurizio Fabretti
Teatro Quirino, Roma, dal 18 al 31 dicembre 2017