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Futuro anteriore.
Un tempo che ritorna nella progressione storica: alcune suggestioni a partire da Non nel nome di Dio , il libro del rabbino Jonathan Sacks.

 

di Paolo Ruffini

 

 

La libertà non si giustifica con la libertà

Emmanuel Lèvinas

 

Capita di rado che un libro - diciamo così – impegnativo riesca a mettere a proprio agio il lettore. Soprattutto se questi si è lasciato volentieri convocare per una lettura a suo modo complice, ovvero simpatetica o comunque decisamente ‘vicina' per l'intenzione che si ha, in quanto lettori, di scuotersi nel presente e da questo trarvi un insegnamento, così come il libro sembrerebbe proporre. Ma anche per il lettore casuale, l'incontro è sicuramente una di quelle felici occasioni per approfondire la propria idea di mondo, la propria misura delle cose, attraverso parole di Torah, e scoprirvi lì il fallimento di quelle nostre convinzioni. Inoltre, ciò che capita raramente è avvertire felicemente la resa dell' io seguendo una scrittura, in questo caso perfino prossimale nelle sue parabole linguistiche, straordinariamente lineare pur ricca di eco e ritorni del senso che ci restituisce l'autore, intendendo per senso quella certa idea che abbiamo del mondo nominandolo con un vocabolario condiviso e che guarda l'Altro, come direbbe Emmanuel Lèvinas, per «fare in modo che l'Altro divenga il Medesimo». Il libro in questione Non nel nome di Dio è da qualche mese uscito per l'editrice fiorentina Giuntina, piccola ma preziosa finestra sull'emisfero delle culture ebraiche, e il suo autore è come si dice un Maestro, una di quelle figure che nell'ebraismo viene considerata una guida, un punto di riferimento morale e filosofico oltreché religioso. Jonathan Sacks è stato Gran Rabbino della Gran Bretagna e del Commonwealth ma è tuttora una autorità morale riconosciuta anche fuori l'enclave ortodossa alla quale appartiene (ma sarebbe più opportuno parlare di enclave osservante), autore di diversi testi e docente è insomma uno di quegli uomini che con responsabilità ha da sempre coltivato il dialogo tra fedi.

Lo spazio d'azione di Non nel nome di Dio è il tempo, questo, di uno scorcio di poco più di un decennio oltre il nuovo millennio, che si contraddistingue per una efferata violenza religiosa, sebbene il pretesto storico (certamente non nuovo) dal quale parte la riflessione di Rav Sacks è di fatto la recente escalation islamica. Ricostruisce i tasselli dei tanti, diversi conflitti di religione e interni alle religioni, quegli strappi che ci hanno predisposto all'oggi svelandone con esegetica precisione il portato motivazionale profondo, quello più intimo. Rielaborando le tesi di Renè Girard e la sua espiazione del capro come filtro delle comunità per spostare altrove la tensione, Sacks predispone una narrazione rovesciata che ci fa leggere con altri occhi l'accaduto e l'accadere dei conflitti. Tutto il libro ci conduce verso quella tensione, che è poi la radice che nutre il monoteismo di natura ebraica cristiana o islamica, una tensione che guarda alla pace «come un dovere», sempre per usare parole di Lèvinas, ma rimane vittima della sua stessa contraddizione nelle letture che se ne fanno in termini superficiali.

Leggiamo del ‘dualismo' causa della distinzione fra Bene e Male nella disamina che ne fa l'autore, una articolatissima ‘contro-narrazione', come lui stesso la definisce, rispetto alla lettura in superficie non solo del testo sacro all'ebraismo a proposito delle cause vere della violenza, cioè il guardare il mondo e il comportamento dell'umano con la visione di una netta divisione fra un ‘noi' come sfera del Bene e un ‘loro' come controparte del Male, che giustamente ricorda Ugo Volli nel recensire il volume, un proponimento così facendo mantiene «l'altruismo, la generosità, il disinteresse dentro la comunità, riservando all'esterno invece l'aggressione e la violenza. Tale violenza religiosa si esercita però soprattutto sugli esterni vicini: gli eretici» (1).

Ma quando l'analisi di Rav Sacks presenta, più o meno avvicinandoci alla metà del libro, altre opzioni, nuove e suggestive letture nella storia dei Patriarchi (sempre in quella prospettiva di ‘contro-narrazione' alla quale si alludeva), con sorpresa ritroviamo un senso e collegamenti inaspettati che come lettori riusciamo ad attualizzare, a renderli vivi nel tempo dell' adesso . La storia di Giacobbe, in questa successione di piani, è oltremodo esemplificativa, persino per la straordinarietà del rapporto che viene a instaurarsi fra lui e Dio stesso, che lo va ad incontrare di notte nel deserto. È una delle rare manifestazioni di Sé che il Dio degli ebrei porge a interlocutori particolari, a loro modo anomali, per certi versi ‘incompleti', mancanti di qualcosa: come non ricordare Moshe il balbuziente che traghetta il popolo di Israele dalla schiavitù alla coscienza di uomini liberi e, appunto, Giacobbe che da questo incontro rimarrà segnato da una specie di zoppia, lui che darà nome e genìa alle tribù di Israele. E non a caso, questi due momenti nutrono nella coscienza ebraica la propria idea di popolo. Uno degli spettacoli più potenti degli ultimi anni, quel Sul concetto di volto nel Figlio di Dio di Romeo Castellucci, vero capolavoro dell' intenzione al servizio di un equilibrio concettuale e figurativo che pochi registi di teatro hanno, tratta di questa difficoltà nella responsabilità, di un respiro affannato, del combattimento fra uomo e l'Eterno, della possibilità di evoluzione attraverso un radicale ripensamento delle caratteristiche che ci connaturano per natura e, infine, della rinuncia all'ego. Poco importa se di fronte troviamo il lascito di un canuto Amleto, come Giacobbe pronto a compiere ancora una volta uno scatto di reni affinché il tempo non rimanga uguale a se stesso.

Difatti scrive Rav Sacks a proposito di Giacobbe, quando la Torah ci racconta del suo ritorno verso casa per incontrare suo fratello Esaù e ‘riceverà' il nome Israele (cambiandolo da Giacobbe), ovvero il popolo del patto : «Solo, durante la notte, Giacobbe lotta con uno sconosciuto (32, 22-32). Quando l'alba sta per spuntare, l'uomo chiede di essere liberato. Giacobbe rifiuta di farlo fino a che lo sconosciuto non lo ha benedetto. E lo sconosciuto lo fa imponendogli un nuovo nome: ‘Non si dirà più che il tuo nome è Giacobbe, ma Israele, perché hai lottato con Dio e con gli uomini e hai prevalso' (32, 28). L'episodio è enigmatico fino al punto di essere incomprensibile. Chi era l'avversario senza nome di Giacobbe? Il testo lo definisce ‘un uomo' (Gn 32, 24). Secondo il profeta Osea, era un angelo (Os 12, 5). Per i maestri dell'ebraismo, era l'angelo custode di Esaù. Giacobbe non ebbe alcun dubbio che fosse Dio stesso. Chiama quel luogo dell'incontro Peniel, ‘perché ho visto Dio faccia a faccia , e tuttavia mi è stata risparmiata la vita'» (2). E l'esperienza del vedere e ascoltare è una esperienza, come dice sempre Lèvinas, «irriducibile e ultima della relazione» con l'Altro, non nella sintesi, ma in quel confronto nel faccia a faccia che è dell'uomo ‘sociale', appunto.

Ora, se come Rav Sacks ci ricorda più volte che alla base della violenza di fatto sussiste un desiderio mimetico , quel desiderio di avere e comportarsi come qualcun altro (l' essere qualcun altro di un mirabile libro di Shaul Bassi, interpretazione postcoloniale e postmoderna dell'ebraismo), ecco allora l'esperienza di Giacobbe e del suo combattimento con l'Altro, con l' inconoscibile , forse proprio con Dio stesso, chissà, forse con se stessi; d'altronde, sempre come ci ricorda Rav Sacks, il nome Ya'akov significa lotta, ma anche il nome Israel significa lotta, ma in un altro senso, quello che rivolge a se stesso (trovare il senso all'interno di sé, quel soffio vitale, in ebraico En Sof ), guardandosi attraverso il volto di Dio. La lotta è pur una metafora, se vogliamo, o se vogliamo credere a un Dio nella sua smisurata misericordia, che è capace di volgersi a noi con gli stessi strumenti conoscitivi: «Il nostro vero volto è quello che vediamo riflesso da Dio. Questo è il significato della benedizione sacerdotale: ‘Possa l'Eterno volgere il volto verso di te e concederti la pace ' (Num 6, 26). La pace arriva quando vediamo il nostro riflesso nel volto di dio e abbandoniamo il desiderio di essere qualcun altro» (3).

Siamo in un frangente storico che paradossalmente vede un surplus di citazionismo e riferimenti intorno alla storia ebraica, persino recente, quasi una parabola rovesciata di un tempo che ritorna nella progressione storica dell'antisemitismo mascherato di antisionismo (non ricordando, quando non conoscendo cosa abbia davvero significato e significhi il sionismo in quanto a pensiero e pratica politica). E in questo riferirsi, del cinema soprattutto, come non ricordare il recente (e conturbante) The War - Il pianeta delle scimmie diretto da Matt Reeves, dove il passaggio del Mar dei Giunchi, gli anni nel deserto del popolo ebraico fino alla Shoah, fanno da fondale epico a una storia di rivalsa e ribellione. L'ebraismo è una chiave, una possibile via di accesso alla centratura dell'uomo su di sé. Nel quadro dell'eterno nomadismo, con tutto il suo portato di dispersioni e ritorni, innesti culturali e sopravvivenze inaspettate, il libro di Rav Sacks ci dice che la religione è uno strumento speciale se impariamo a farne buon uso. È un particolare paradigma dell'etica, un atto di responsabilità da confermare in un patto con se stessi e con l'Eterno, giorno per giorno.

Non nel nome di Dio , dunque, sgombra il campo a fraintendimenti, non ci assicura una pacificazione patinata né il working in progress per una aggiornata epica del dolore, è un testo incauto e non accomodante, per questo bellissimo .

 

 

1) Ugo Volli, Rav Jonathan Sacks: attenti alla 'malvagità altruistica' (quando ti uccido per il tuo bene). Alle origini della violenza religiosa, da ieri fino al nostro tempo , Bollettino della Comunità ebraica di Milano, luglio-agosto 2017, a pag. 21.

2) Jonathan Sacks, Non nel nome di Dio. Confrontarsi con la violenza religiosa , Giuntina, Firenze 2017, p. 145.

3) Cit , p. 153.