Nostalgia di una vecchiaia operosa Intervista a Eugenio Barba di Emanuela Bauco

L’Odin Teatret torna a Roma per presentare l’ultimo spettacolo Tebe al tempo della febbre gialla.
Abbiamo colto questa preziosa opportunità per rivolgere alcune domande ad Eugenio Barba, uno degli ultimi maestri viventi. È un enorme privilegio poter accogliere la sua voce. 

L’Odin Teatret aprirà la stagione del Teatro. Vascello, presentato alla stampa come il vostro ultimo spettacolo Tebe al tempo della febbre gialla. Come è nato questo nuovo e ultimo lavoro? Ti va di raccontarlo?

Abbiamo iniziato a provarlo nel marzo 2018 con lunghe interruzioni per altri impegni di lavoro e per i periodi di chiusura imposti dal covid. All’inizio era una storia di amore in un panorama di lingue morte o moribonde che giacciono ammucchiate come in un campo di sterminio. Non parlo solo della nostra lingua, avvelenata dalla politica, dalla volgarità e dall’odio. Delle 7.000 lingue attualmente esistenti sul pianeta, 3.500 sono parlate da gruppi di meno di cinquanta persone, e i linguisti prevedono la loro scomparsa entro una ventina d’anni. Durante le prove, il tema iniziale si è trasformato radicalmente. Adesso il contesto è Tebe, la mitica città di Edipo, che corrisponde alla nostra condizione presente. È il giorno dopo la battaglia. La guerra tra i due figli di Edipo per il dominio di Tebe è terminata. La ribelle Antigone è stata punita per aver profanato la legge della città. Le famiglie seppelliscono i loro morti. Per noi tutti è primavera, tempo di innamoramenti. Il futuro è frenesia di sole e oro: una febbre gialla.

Un ultimo spettacolo, perché non ve ne saranno altri?

È l’ultimo spettacolo dell’Odin Teatret dentro la cornice del Nordisk Teaterlaboratorium che ho fondato nel 1983. A novembre prossimo io e l’Odin Teatret lasciamo il Nordisk Teaterlaboratorium dato che la nuova direzione ha fatto scelte che non corrispondono più alle visioni e ai valori che hanno guidato il mio lavoro con i compagni dell’Odin per più di mezzo secolo. Continueremo la nostra attività in un altro luogo, naturalmente anche con nuovi spettacoli.

Come un filo sottile questo ultimo ricorre e convive con il nuovo che si declina con l’ISTA new generation e con la neonata Fondazione Barba Varley.  Quale è la relazione tra la fine e l’inizio, tra il passato e il futuro? 

Nella fine è il tuo principio, dice il poeta. Molti dei miei interessi esulavano dalla realizzazione di spettacoli. Mi sono concentrato sulla ricerca dei principi sottostanti alla presenza dell’attore/danzatore – quello che ho definito antropologia teatrale – sulla didattica e la trasmissione dell’esperienza, su collaborazioni con l’Accademia e gli ambienti universitari, oppure sul modo di utilizzare il sapere teatrale per tessere nuove relazioni nel tessuto di subculture che costituiscono la comunità in cui viviamo. Queste attività che tradizionalmente non si svolgono nei teatri professionali costituivano per me uno dei sensi del mio impegno come uomo di teatro.
La Fondazione Barba Varley, fondata prima che lasciassi la direzione del Nordisk Teaterlaboratorium, mi ha stimolato a sviluppare in modo nuovo molte delle attività che il nuovo direttore non è interessato a svolgere nella stravolta cornice del Nordisk Teaterlaboratorium. Per Julia Varley e per me il teatro è politica con altri mezzi: quelli della Bellezza. La Fondazione si rivolge alla cultura sommersa dei “senza nome” del teatro.
Il suo scopo è appoggiare focolai di azione di soggetti svantaggiati per genere, etnia, geografia, età, modo di pensare e agire dentro e fuori del teatro.

La collaborazione con le diverse sedi itineranti della Fondazione Barba Varley. Conosco l’attività di quella argentina CATA (Centro de Antropologia Teatral en Argentina) fondata da Ana Woolf.

Vi sono molte sedi itineranti all’estero e in Italia che svolgono attività in collaborazione con la Fondazione. Una di loro, l’Associazione Politeama, ha organizzato l’incontro Le notti del teatro, ovvero le distanze della conoscenza a Colico sul lago di Como nel settembre passato. In Argentina si tratta di una residenza immersiva a Santa Fé della durata di una settimana. Avverrà in un camping tenuto dall’Associazione argentina d’attori.

Altri nuovi inizi?

Confesso che mi affascina la nuova condizione di sradicamento dell’Odin Teatret. Riuscirò a tener vivo il senso e l’attività mia e degli attori? È un ritorno all’infanzia quando a Oslo io e i quattro giovani rifiutati dalla scuola teatrale di stato, pur senza un locale, siamo riusciti a provare e a terminare uno spettacolo che ci ha fatto conoscere in Scandinavia, a dare corsi di training – a quel tempo una novità assoluta – a pubblicare la rivista “Teatrets Teori og Teknikk” e a organizzare la prima tournée all’estero dell’allora sconosciuto teatro di Grotowski. La separazione dal Nordisk Teaterlaboratorium ci ha privati della sede nella quale contavamo su una vecchiaia di lavoro. È questa vecchiaia operosa che mi propongo di realizzare nell’inaspettato epilogo della nostra storia.
Dall’altro lato, vi è un vasto progetto della Fondazione Barba Varley dal titolo “Condivisione del sapere”. Include la pubblicazione open access della rivista “Journal of Theatre Anthropology”, la possibilità di realizzare e scaricare film sull’antropologia teatrale e la costruzione di un Archivio Vivente. Ho donato la mia biblioteca e la mia eredità materiale artistica – oggetti, costumi, scenografie – alla Regione Puglia che costruirà il LIVING ARCHIVE FLOATING ISLANDS a Lecce con tre campi di azione. Il primo campo è costituito da un archivio di documentazione storica sull’Odin Teatret, il teatro come laboratorio e baratto, l’International School of Theatre Anthropology, il Teatro Eurasiano, The Magdalena Project (rete di donne nel teatro) e sulla cultura parallela del Terzo Teatro o teatro di gruppo. Il secondo campo include l’elaborazione e sviluppo dei documenti e materiali dell’Archivio Vivente in formazione e disseminazione attraverso corsi, collaborazioni con le sedi itineranti della Fondazione Barba Varley, istituzioni/università e sessioni dell’ISTA. Infine, vi è per me la sfida più interessante di trasformare documenti e reperti dell’Archivio Vivente in linguaggio artistico visuale/auditivo interattivo. Elementi selezionati da scenografie, oggetti di scena e costumi degli spettacoli dell’Odin Teatret troveranno nuova vita attraverso istallazioni artistiche. Dovrebbero diventare un percorso interattivo e partecipativo nella “memoria”, con la possibilità per il visitatore di esperire in modi diversi la storia, i viaggi, le tecniche e gli obiettivi artistici miei, degli attori dell’Odin Teatret e dei gruppi del Terzo Teatro che contribuirono a mutare la cultura dello spettacolo dopo il 1968.

L’Odin Teatret sarà al Teatro Vascello di Roma dal 26 settembre al 2 ottobre 2022 con lo spettacolo Tebe al tempo della febbre gialla, contemporaneamente verranno proiettati alcuni film dell’Odin presso il Cinema Troisi della capitale.

Incontri:
sabato 1° ottobre 2022, ore 11
Intervengono: Roberta Carreri, Julia Varley, Francesca Romana Rietti studiosa di teatro e cofondatrice, con Mirella Schino e Valentina Tibaldi, nel 2008 degli Odin Teatret Archives.

Domenica 2 ottobre 2022, ore 11
Intervengono: Eugenio Barba, Davide Barletti e Jacopo Quadri. Prima del film L’Albero, basato sull’omonimo spettacolo dell’Odin Teatret diretto da Eugenio Barba tra il 2016 e il 2021.