Artaud nell’abisso di cristallo: ti racconto il tuo esistere di Filippa Ilardo

È un dialogo-specchio che sfida l’impossibile: lei racconta al fratello la vita che lui stesso ha vissuto, immerso nella vita, ma senza vedersi vivere, scomposto e ricomposto in mille piani di esistenza, in un nomadismo esistenziale che sfocia in accese violenze liriche.
È allora la piccola Germaine, morta di botte, quando aveva solo pochi mesi, a calarsi nel ventre oscuro del dolore disperato del fratello, per cogliere la radice di quel male esistenziale che è diventato arte, poesia, teatro.
Lui è Antonin Artaud: artista della rivolta assoluta, dell’eccesso e della disperazione, colui che ha segnato la cultura del XX secolo con l’aura della sua personalità tortuosa, del suo essere estremo, del suo attraversare ogni limite. In questo specchio, morte e vita si uniscono e si toccano e sono l’una il rovescio dell’altra.
Autrice di questa singolare biografia, edita dalla Casa editrice palermitana rueBallu, è Giuditta Perriera, figlia di quel Michele Perriera che ha segnato il felice cammino del teatro palermitano contemporaneo con la sua opera e con il lascito della sua scuola che ha formato tanti artisti, oggi protagonisti della scena nazionale non solo isolana.
Perché il teatro di Perriera è stato quello che maggiormente ha attraversato le utopie del grande Artaud, con il suo “teatro fisicizzato”, con la parola intesa come “gesto fonico” che attraversa le ferite, suono che esplode in pezzi e si ricompone di sillabe, lettere, consonanti che agiscono sul corpo, lo penetrano e lo dilaniano.
Entrambi attribuiscono il medesimo compito al teatro, ovvero rivelare il cuore di tenebra dell’uomo, attraversare le ombre, per aprire la vita ad “una nuova nascita d’ombre”, il teatro è il luogo della genesi della verità, che deve sconvolgere l’ordine necessario delle cose. Perriera condivide poi con Artaud il sentirsi irriducibile a qualsiasi potere, il non piegarsi alle logiche produttive e politiche che la società dello spettacolo impongono.
La collana, Jeunesse ottopiù, vincitrice del Premio Andersen 2016, in cui si inquadra il progetto editoriale, è quello di una serie di biografie di vari artisti (Pina Bausch, Franca Rame, William Shakespeare) dedicate ai giovani, senza intenti didascalici, ma con grande sensibilità estetica alla veste editoriale.
Il suono del candore di Giuditta Perriera, ricostruisce la vicenda esistenziale di Artaud, in maniera asistematica, libera dalle strettoie convenzionali, per giustapposizioni di frammenti: solo con questo procedere rapsodico si può rintracciare la soggettività nomade dell’uomo, del poeta, del regista e attore, del teorico del teatro che fu Artaud.

La veste grafica di Pia Valentinis unisce eleganza del segno ad una raffinatezza cromatica che non nasconde richiami al surrealismo, e che fa riferimento ai disegni dell’artista che disseminava i suoi quaderni di disegni scritti, di pittogrammi, di figure accompagnate da iscrizioni dove il disegno esce dalle forme, dalle linee, dai tratti, dalle ombre, dai colori per ingaggiare una lotta alla rappresentazione.
Dosando il pieno e il vuoto della pagina, i frammenti poetici inseriti nella pubblicazione, fanno esplodere la carcassa delle parole come contatto profondo con una vita psichica tortuosa, malata.
Il flusso di quell’insurrezione verbale che è escoriazione ardente, aborto, feccia, raschiatura si fa solco e segno nello spazio di una pagina. La membratura delle parole sembra ricavarsi dal loro senso invisibile e dall’attraversamento di quel confine corporeo.
Questo è la parola in Artaud: un rapporto con l’assenza che fende i significati, dislocandoli, trattando i suoni come miniere di latenza, campi di germinazione del senso, il trasferimento sul piano del logos del tumulto del corpo con le sue lacerazioni.
L’espediente narrativo che usa l’autrice, già lo dicevamo, è quello di far raccontare all’artista, la vita da lui stesso vissuta, da una sorellina, morta a pochi mesi.
Ed è un dialogo che sonda l’orlo tra assenza e presenza, tra urlo e sussurro, tra passato e presente, tra un corpo e la trascendenza di un corpo, in un gioco di rifrazioni che si gioca sul campo del possibile e dell’impossibile.
Il libro procede con una divisione in capitoli: nel primo l’immagine dei genitori mentre si baciano e si accoltellano. L’infanzia difficile, segnata dal lutto e dalla perdita: Antonin è uno dei tre figli che sopravvivranno dei nove nati.
L’infanzia trascorsa a Smirne dove rischia l’annegamento a sei anni dopo una meningite che gli lascerà una forte instabilità psichica.
E poi la follia, l’internamento, per la prima volta a 18 anni, gli elettroshock che lo rendono un assente che si avverte assente e che va alla ricerca di se stesso, l’uso di droghe di cui non riuscirà a fare a meno.
Un capitolo è dedicato alle lettere che Artaud scrisse all’editore Revès per convincerlo a pubblicare i suoi testi poetici da lui rifiutati. È lì che l’autore traccia il senso delle proprie opere, il processo di creazione della poesia, il valore che essa ha come attraversamento della propria carne dolente. «Scrivo soltanto ciò che ho sofferto punto per punto, in tutto il mio corpo, quello che ho scritto l’ho sempre trovato attraverso tormenti dell’anima e del corpo».
Poi la riconquista del suo nome, di una identità che aveva rifiutato durante il primo periodo dell’internamento, quando aveva preso il cognome della madre, Nalpas, sostenendo che Artaud fosse morto. L’incontro con Génica Athanasiou, attrice rumena stabilitasi a Parigi per lavorare con Dullin che tenterà di strapparlo alle droghe, da cui lui richiede invece un amore totale.
L’avvicinamento al surrealismo di Breton, da cui prenderà le distanze per confermare il suo spirito identitario, l’utopia della propria arte che non si piega a logiche diverse che alla propria intima coerenza.
La malattia diventa una condizione privilegiata per attraversare gli stadi più nefandi dell’esistenza: la schizofrenia fa esplodere i confini del corpo, ma ne ridefinisce i contorni. Lo strazio illuminante della disperazione è quindi un modo di reinventare il mondo e se stessi. Nella sua scrittura psiche e corpo si scontrano e si sopraffanno. «Antonin» – così dice la sorella – «tu hai fatto della tua follia e del tuo incessante dolore fisico e mentale una fonte di straordinaria linfa del possibile».
La lacerazione, i buchi nella carne, la disperazione estrema diventano quindi il piano di immanenza di uno spirito irriducibile, l’effrazione di un abisso insondabile oscuro, ma che, nel suo fondo, risplende come cristallo. Questo bisogna insegnare ai giovani, il potere taumaturgico del teatro e dell’arte che – al di là di ogni forma consolatoria, consumistica, esteriore – nelle ferite più tremende scopre un pozzo di luce e lo fa risplendere.

Giuditta Perriera, Il suono del candore. L’abisso di cristallo di Antonin Artaud, illustrazioni Pia Valentinis, rueBallu Edizioni, Palermo, 2019, pp. 80, euro 18,50.